CineLetture #oo1 – “La Fiera delle Vanità”

Buon pomeriggio Visionari!

È da un po’ di tempo che avevo intenzione di dare il via a una nuova rubrica del blog che parlasse di libri e non solo … e quale migliore occasione per iniziarla se non oggi? (Il giovedì per me è sempre un giorno a metà, né carne né pesce, parlare delle mie passioni me lo rallegra).

Vi presento dunque “CineLetture”, ovvero la rubrica che parla dei libri letti dalla sottoscritta  che sono diventati dei film. L’argomento del giorno è “Vanity Fair” (“La fiera delle Vanità”), libro scritto nel 1848 da William M. Thackeray:  tra le varie trasposizioni cinematografiche prenderò in esame l’ultima, del 2004, ad opera di Mira Nair, con una fantastica Reese Whiterspoon nel ruolo della protagonista.

Trama: Rebecca Sharp (Becky), figlia di un pittore squattrinato e di una ballerina dell’Opera, è appena uscita da un rinomato collegio per ragazze, in cui era entrata in duplice veste di allieva e insegnante di francese. Con lei, esce dal collegio anche la gentilissima amica Amelia Sedley (Emmy), che la ospiterà a casa per qualche settimana prima che Becky parta per diventare tutrice presso la famiglia di Sir Pitt.
La storia ruota attorno a questa eroina particolare (una donna arrivista, manipolatrice, arrampicatrice sociale) e alla persone che entrano in contatto con lei.

Potete già notare dalla trama che “Vanity Fair” è una storia atipica: al posto della ragazza gentile e tontolona che dopo svariate peripezie raggiunge la felicità abbiamo una donna che non si fa scrupolo a manipolare, raggirare e ingannare chiunque entri in contatto con lei, nonché arrampicatrice sociale tra le più abili. La scelta potrebbe risultare fastidiosa per i moralisti, ma l’intento di Thackeray non è quello di raccontare una semplice storiella, bensì di mostrare la vanità della vita e del mondo, la vera natura delle persone. Inoltre si fa fatica ad odiare Becky, sembra che la sua malìa non incanti solo gli altri personaggi, ma anche il lettore. Io stessa, che di solito non amo i protagonisti, la adoro (sebbene il mio favore vada comunque alla piccola Emmy e alla sua storyline).

Atipica è anche la scrittura di Thackeray: egli spesso e volentieri si rivolge al lettore trattandolo come un suo pari ed amico e riportandogli facezie, descrizioni di magioni e ricevimenti, indiscrezioni … Insomma, i pettegolezzi che costituiscono una parte succulenta della Fiera delle Vanità. Non si fa scrupolo neanche di recitare tutti i titoli di cui si fregiano alcuni personaggi, tanto che quelli del Marchese di Gaunt hanno occupato tre pagine del libro sul mio cellulare (ebbene sì Daenerys Targarien: c’è qualcuno che sta messo meglio di te).

Il molto onorevole George Gustavus, marchese di Steyne, conte di Gaunt e di Gaunt Castle nella peerage di Irlanda, Visconte di Hellborough, barone Pitchly e Grillsby, Cavaliere del nobilissimo ordine della Giarrettiera, del Toson d’oro di Spagna, dell’Ordine Russo di San Nicola di Prima Classe, dell’Ordine Turco della Mezzaluna, primo Lord del Gabinetto della Cipria, e Groom della Scala di Servizio, Colonnello del reggimento di Gaunt, già reggimento del Reggente stesso, curatore del British Museum, Anziano della Trinity House, Consigliere dei White Friars, Dottore in Legge honoris causa […]

Tuttavia questi intermezzi non sempre rendono piacevole la narrazione: sebbene penso fossero godibilissimi per il pubblico dell’epoca, personalmente mi irritavano quando dilatavano l’azione, anche se ammetto che a volte mi facevano sorridere. Inoltre, ripeto, leggevo su un cellulare, e a volte o per un trasferimento del testo errato o per la costruzione obsoleta di una frase la lettura diventava difficoltosa…
Sopportavo stoicamente solo perché avendo visto prima il film avevo una vaga idea di come andasse la storia, e mi sembrava tutto alquanto fedele.

Sembrava.

Vi è mai successo di andare al cinema per vedere l’adattamento di quel libro tanto bello e rimanere contrariati? Ricordo che una mia amica, che avevo letto “Memorie di una Geisha” al cinema urlò “Ma ha due braccia” all’apparizione di Nobu, che doveva averne uno solo.

Ebbene, il film di Mira Nair si prende alcune libertà, e non parlo solo della capigliatura fluente di Gabriel Byrne che interpreta il Marchese di Steyne, che avrebbe dovuto essere calvo.
Parlo di cambiamenti che anche se non minano la storia ne mutano in parte il significato, rendendola più buonista (sarà anche per questo che Becky e George Osborne risultano simpatici?). Come diceva giustamente Thackeray – ed è stato preso in parola

Il pubblico bennato rifiuta di ascoltare e di leggere una autentica descrizione del vizio, come una femmina inglese o americana di ottima educazione non permette che la parola calzoni sia affidata alle sue caste orecchie.

Di solito sarei abbastanza purista e già i piccoli cambiamenti mi farebbero storcere il naso, ma non posso mentire: “La fiera delle vanità” è uno dei miei film preferiti. Sono stata fortunata in quanto l’ho visto prima di leggere il libro , e in un periodo in cui ero in adorazione per Jonathan Rhys Meyers (George Osborne) quindi non potevo dire che non mi piacesse! E poi sono fanatica dei film in costume, e dei cast stellari: licenze a parte, questo film aveva tutte la carte per sfondare (con me)!
Io ve lo consiglio, se non altro per i vestiti – che trovo stupendi – per due personaggi amabili come Amelia e Dobbin e per un finale che … Non spoilero!!

E voi, Visionari? Avete letto il libro, visto il film o nessuno dei due? (Rimediate!!)

Al prossimo post!

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