Recensione librosa – “Dodici” di Zerocalcare

Buonasera Visionari!

Iniziamo quest’anno (anche se ormai siamo nella seconda decina di gennaio) con la recensione di una graphic novel che riposa sul mio comodino da Lucca 2013 e attendeva solo una buona occasione per essere letta. La buona occasione è arrivata (la Reading Challenge 2016 di PopSugar) e dunque, finalmente, posso presentarvi “Dodici” dell’ormai famosissimo Zerocalcare!

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(Scusate il cestino nell’angolo… E ammirate copertina, Redbull e Totò – il gatto – !)

Titolo: Dodici

Autore: Zerocalcare

Edizioni: Bao Publishing

Prezzo: € 13,00

 

Qua è a casa mia. Nel mio quartiere, Rebibbia.

O quel che ne resta.

 

Una copertina rossa come il sangue, un titolo scritto come se apparisse sullo schermo digitale di un orologio e tre protagonisti accerchiati da quelli che sembrano zombie – ombre che si avvicinano, si deve fare affidamento alla propria immaginazione. Ma dov’è Zerocalcare, di solito indiscusso protagonista delle sue tavole? Ah, eccolo, troneggia sugli altri ma è più sbiadito, ha l’aria di un martire…

Pochi dettagli, eppure già solo dalla copertina , “Dodici” mostra – quasi – tutta la storia: tre ragazzi e un cinghiale alle prese con un morbo che rende gli uomini come zombi, costretti a procacciarsi da vivere e nel contempo obbligati a rinchiudersi in casa. Sarebbe una storia già vista e rivista se fosse ambientata in una metropoli americana, ma siamo a Roma, nel quartiere di Rebibbia, che esclude il mondo esterno.

Qui si muovono, tra salti temporali continui – sebbene quasi tutti nel corso della stessa giornata – il Secco e il cinghiale ninfomane già noti a chi ha in precedenza conosciuto l’autore, e la new entry, Katja, ragazza di Roma Nord recatasi a Rebibbia per oscuri motivi. Ebbene sì: Calcare, di solito protagonista delle sue tavole, qui è relegato a comparsa – motore della storia. Storia che a quanto pare, prende vita da una frase detta dal Secco nel luglio 2011, come riporta la copertina:

Io sarò il tuo John Locke. Comincio da comprimario, ma prima della fine diventerò il protagonista assoluto.

Per quanto mi riguarda, la trama ci ha messo poco ad appassionarmi. All’inizio ero un po’ disorientata dall’alternanza di b/n e tavole a colori (fate attenzione all’orologio digitale – ricordate il titolo? È lui che scandisce il ritmo) poi ho iniziato a destreggiarmi tra i piani temporali, a ricostruire la vicenda e a godermi le citazioni degli anni Ottanta/Novanta che sono il marchio di Zerocalcare (e che rendono la lettura adatta solo a chi è nato in quegli anni e ha giocato almeno una volta a “Street Fighter”)…

… Solo che c’era qualcosa di fondo che sfuggiva. Come la sensazione che stessi leggendo un testo che in realtà nascondeva qualcosa di non detto.

E infine l’ho capito.

Dietro questa storia di zombie, decapitazioni e risate, c’era un inno d’amore.

Un inno d’amore per il proprio quartiere, per Rebibbia, relegata non a mero sfondo, ma a personaggio con i suoi strambi personaggi e luoghi iconici, che a fine lettura sono anche andata a cercare, giusto per assicurarmi che esistessero sul serio (e sì, qualcosa esiste, anche se con qualche variante…)

Un quartiere che “crea dipendenza”.

Come te lo spiego che qui non c’è niente, ma è un niente in equilibrio fragilissimo?

Basta un soffio, uno sguardo, e viene giù tutto.

Se a me mi mandi una settimana a New York, lo sai come mi sento? Come Obama se gli si ferma la macchina a Trasacco, provincia di Avezzano, a Ferragosto e senza il caricabatterie del telefono. Così. Fuori dal mondo.

Come se chiama ‘sta cosa?

Appartenenza?

Un quartiere che dopo la lettura vien voglia di visitare!!

Quindi…

… Se volete un fumetto horror, “Dodici” va bene.

… Ma anche se volete un fumetto comico.

… O un’opera con un po’ di poesia.

Il mio voto è super positivo!

Saluti affettuosi dal basso!

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